PASQUINUS DIXIT

Roma, 1501. I lavori di ristrutturazione di Palazzo Orsini rivelano, infisso nel fango dell’antistante strada di Parione, un busto di marmo, mutilato, forse di gladiatore, uno di quei tanti resti antichi che l’Urbe sembra risputare periodicamente. Nemmeno uno dei più considerevoli, a detta dei più, ma il cardinale committente Oliviero Carafà si impunta e la statua viene esposta nella piazza all’angolo, con tanto di stemma nobiliare e cartiglio commemorativo. Mai avrebbe potuto immaginare quale mostro aveva così leggermente portato alla luce. Perché il marmo in questione altri non è che Pasquino, la famosa “statua parlante”, a lungo espressione della proverbiale vis polemica del popolo romano, veicolo privilegiato della satira antipapale, ma anche vero e proprio strumento di lotta politica.

Alla scultura, che adesso si crede parte di un gruppo raffigurante Menelao mentre sorregge il cadavere di Patroclo, accade così di ritrovarsi lungo il percorso della grandiosa processione di San Marco e per l’occasione non viene certo esclusa dagli addobbi; questi, dapprima generici, vengono personalizzati nel giro di qualche anno ed ecco che di volta in volta l’anonimo eroe diventa Ercole, Marte, Giano, Orfeo, Proteo e così via. Contemporaneamente si comincia ad affiggere componimenti a tema per l’occasione, dal 1509 selezionati e pubblicati da un apposito segretario dell’amministrazione papale. Ne esce un Pasquino ben diverso da quello cui siamo abituati, ingenuo ed epurato, anche se non mancano componimenti adulatori e propagandistici, quasi apologetici della politica papale. Già l’anno successivo però compaiono le prime infiltrazioni goliardiche, a scopo generico, ma non bisogna aspettare troppo perché il tono si rafforzi ed inasprisca, con un ribaltamento della proporzione tra scritti in latino e volgare e un numero sufficiente dì questi per pubblicarne un volume “ufficioso”. E di lì la strada è solo in discesa.

O forse no. Le autorità non possono certo soffrire il vilipendio e cercano in tutti i modi di eliminare questa peste. Le pasquinate sono puntualmente rimosse dai gendarmi ogni mattina, dopo essere state appese la notte precedente, ma non abbastanza presto perché mezza Roma le abbia già lette, e l’altra metà se le senta ripetere. Adriano VI (1522-1523) la vuole gettata nel Tevere, ma è fermato dai suoi cardinali, timorosi della reazione popolare, e nemmeno Sisto V e Clemente VIII riusciranno nell’impresa. Né l’introduzione di una guardia notturna o più avanti della pena di morte comminata agli autori potrà niente contro l’affilata lingua dei romani, cui Pasquino ha dato pieno sfogo.                     Non che prima i romani avessero remore di esprimere le proprie rimostranze: satire in latino di ambiente curiale si conoscono già dal Duecento e presto seguiranno i primi esperimenti in volgare. Il popolo arriva dopo, ma non è certo da meno con cartelli in rima affissi in punti focali della città, come ponte Sant’Angelo, Palazzo Apostolico e gli stessi sepolcri di papi e cardinali, per citarne alcuni. Un costume che non si estingue, come testimonia la beffa che costa la vita a Niccolò Franco, affissa su una latrina:

Pio V, avendo compassione / per tutto quello che si ha sullo stomaco / eresse come opera nobile questo cacatoio.

È comunque in questi due secoli, Cinque e Seicento, in cui l’Urbe da’ il meglio di sé, probabilmente per la “fortunata” congiuntura tra potenza temporale e corruzione della Curia.

Fioccano le accuse per nepotismo, concubinato e simonia ma anche pettegolezzi vari (per niente inferiori al gossip moderno) e le perenni rivendicazioni del popolo spremuto e affamato. Eccone qualche esempio:

Passando Della Genga, un forestiere domandò: / “Questi è il Santo Padre, è vero?”. / Ma il capitan de’ Svizzeri che udì / rispose: “Santo no, ma padre sì”.

(riferendosi ad una diceria che voleva Leone XII ex-amante  del capitano delle guardie svizzere)

 

Gli ultimi istanti per Leon venuti, / egli non poté avere i sacramenti. / Perdio, li avea venduti!

(per la morte di Leone X, noto per la vendita delle indulgenze) 

 

Santo Padre non più puttane! / Pane, pane, pane, pane!

Insomma, il materiale, per quanto spesso riproposto e stereotipato nella forma, certo non manca ed è nei periodi di interregno, di debolezza del potere, che può essere espresso al meglio e tanto più rientrare nell’agone politico in corso. Infatti non mancano i casi in cui gli stessi candidati al soglio pontificio ingaggino intellettuali per screditare gli avversari.

Il caso più famoso è forse l’elezione del 1522, quando l’irriverente Pietro Aretino, già da tempo praticante, si adopera per spalare fango sui rivali di Giulio de’ Medici, invano, sicché all’elezione di Adriano VI si troverà bandito dalla città e rimpianto da Pasquino stesso. Ma la relazione del controverso poeta con le statue parlanti non si ferma qui: stabilitosi a Venezia, pare abbia avuto un ruolo decisamente importante nella salita alla ribalta del Gobbo di Rialto, cooprotagonista di un famoso dialogo tra i due. Pasquino, infatti, non solo declama ma spesso discute, in particolare con i colleghi della cosiddetta “Congrega degli Arguti”, comprendente anche le altre cinque maggiori statue parlanti romane: Madama Lucrezia, Marforio, il Babuino, il Facchino e l’Abate Luigi. Ma il computo non si ferma qua: statue in tutta Italia e non solo cominciano a dar voce ad un sarcasmo più o meno popolare. D’altronde lo stesso buontempone romano è multilingue quanto la sua città è cosmopolita.

Il Settecento è un altro secolo di attività per il famoso busto, che non può certo ignorare gli sconvolgimenti d’oltralpe, soprattutto quando vengono a bussare alle porte di casa:

Marforio: È vero che i francesi sono tutti ladri?

Pasquino: Tutti no, ma BonaParte!

La sua voce però si sta lentamente spegnendo, insieme al potere papale che la aveva creata, così che la Breccia di Porta Pia ne decreta, in pratica, la fine. Si risveglierà ancora qualche volta, come in occasione della visita di Hitler nel 1938:

Povera Roma mia de travertino / te sei vestita tutta de cartone / pe’ fatte rimira’ da ‘n imbianchino / venuto da padrone!

Tuttavia, come lo spirito che rende famosa la sua città, ancora non è morto: con la ristrutturazione del 2009 è stata posta ai suoi piedi un’apposita bacheca e non manca nemmeno un sito internet per le pasquinate contemporanee. Chiudiamo su un esempio:

La politica è diventata come er pallone / tutti pensano de tifà no squadrone / e mentre strilli urli e te c’addanni /loro piano li sordi e fanno pure i danni / li giocatori cambiano / la squadra resta / e se serve cambia pure er nome / e tu sempre li / a fa er cojone / senza mai da un carcio a quer pallone.

(fonte)

 

 

 

 

 

 

 

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